Giorgio Melzi

… Ricordavo il Melzi ai primi anni 70, quando la sua pittura aveva raggiunto un livello elevato, che evidenziava la personalità contraddistinguendola dalla farraginosa produzione artistica contemporanea.

Muovendo da quel livello cui era giunto, rimarcato dalla critica e dai collezionisti, Giorgio Melzi approfondiva il suo mondo mediante ricerche che superavano i soggetti da cui trovava solitamente ispirazione (fiori, composizioni, paesaggi).

Ma non gli bastò.

Verso la fine degli anni 80 il Melzi ci “regalò” tele ispirate alla favolose isole maldiviane, ai fondali marini, dove nitidi uscivano in superficie, piante e giochi d’acqua. Ma era difficile lasciare il cemento, i gasometri, i fiori vissuti. L’insaziabile bisogno del “nuovo”, di vita moderna che vive dentro l’animo dell’artista, ha continuato ad esplodere. Ricordo quando lasciò, non definitivamente, la pittura figurativa, per presentare una personale intitolata “innamoramenti nuovi”, era il 1991; tele mono-colore appese alle pareti, proprio lui che prediligeva una tavolozza limpida si, ma multicolore. Era un’emozione, “tuffarsi” in quelle tele bianche-grigie, dove si intravedeva un leggero tocco di rosa-viola.

Nel 1992, la successiva personale a quella tendenza, fu una svolta, sto parlando di “contenuti”; una mostra con lo stesso stile, mi riferisco agli “accartocciamenti”, ma qui ritornò l’amore per la tavolozza colorata. Lasciando i toni grigi-rosa, il Melzi, iniziò ad inserire la cosa che ama di più, il colore.

Il 1997, lo vide protagonista di suggestive opere inerenti allo “sbarco su Marte” il colore rosso come il pianeta, primeggiava sulle tele. Melzi, è un artista di ricerca, sono quasi vent’anni che lo conosco e posso dire che queste tele raffiguranti le tribù “masai”, mi hanno subito, commosso e stupito.

Ma perché, questa nuova tendenza. Gli ho chiesto. La risposta di Giorgio, fu semplicissima.

Anni fa, durante un soggiorno in Africa, conobbe la vita e le tradizioni dei “masai”, non tutte certo ci sarebbero voluti anni. La sua memoria impresse i colori e li accantonò per diverso tempo. Qualche anno fa, presentò una personale, dove primeggiavano tele di colore rosso-arancione che raffiguravano i “suoi masai”.

Non soddisfatto della totale conoscenza di questo popolo, l’artista intraprese un ulteriore viaggio.

Nell’arco degli anni, questa poetica ispirazione prese possesso del suoi ricordi dei colori dell’Africa ed è qui, che i “masai” si identificano con le loro lance, gli scudi, il colore della terra che si spalmano sulla pelle e diventa rossa come il tramonto africano, l’immagine poetica di un popolo dignitoso, povero ed elegante, di pastori, di capanne più basse della loro altezza che servono solo per dormire, di “salti” per danzare, per conquistare la donna amata, per combattere o cacciare.

Questo nobile popolo, primeggia nelle tele di Melzi, un artista che a trent’anni di storia pittorica, sa ancora emozionarci.

E’ un continuo evolversi, non un approdo, ma un transito.

Un nuovo cammino nel lungo racconto a colori…