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di Paolo Calia

TREVISO – Il falco è caduto. Piergiorgio Stiffoni, classe 1948, in Senato ininterrottamente dal 9 maggio 1999, è da sempre il volto duro del Carroccio trevigiano, il “falco” per eccellenza. Anche nell’ultimo tribolato mese si è sempre difeso attaccando.

Un mese iniziato con lo scandalo Belsito, le intercettazioni compromettenti e il suo nome che saltava fuori quasi con regolarità. Del resto l’odore acre della battaglia lo ha sempre esaltato. Figuriamoci quello della lotta per la sopravvivenza. E quando si è visto accostato troppo spesso al tanto detestato Belsito, quando ha sentito le prime insinuazioni, i commenti a mezza bocca sulla sua condotta, non ha guardato in faccia nessuno. Nemmeno il suo segretario provinciale Giorgio Granello, finito nel centro del mirino per aver osato mettere in dubbio la sua onorabilità; nemmeno un militante storico della Lega trevigiana che, dalle pagine di un giornale, lo ha definito “bugiardo”: entrambi querelati.

È sempre stato un duro, Stiffoni. Anche a costo di risultare antipatico. Diretto, implacabile nelle sue osservazioni. Talmente duro da essere l’unico ad aver avuto il coraggio di mettersi contro un’icona del calibro di Giancarlo Gentilini. Adesso tanta inflessibilità gli si ritorce contro. Ieri non ha voluto parlare: telefono muto, messaggini sempre senza risposta. Del resto lo aveva detto una settimana fa, quando si è dovuto difendere (sempre all’attacco come da costume) dalle ombre del “caso diamanti”.

La Procura di Milano aveva sollevato qualche sospetto sull’investimento fatto in pietre preziose insieme a Belsito, ipotizzando l’utilizzo non di soldi propri ma di quelli del partito. Stiffoni, per tutta risposta, ha convocato i giornalisti in un albergo trevigiano tirando fuori le ricevute dei bonifici partiti dal suo conto che attestavano l’acquisto di diamanti per duecentomila euro. «Con i miei soldi faccio quello che voglio. E d’ora in poi non intendo più parlare», sentenziò l’ex bancario passato all’alta finanza leghista. Detto e fatto. Del resto lui è sempre stato così: prendere o lasciare. Da venticinque anni nella Lega, da sempre uomo di destra anche se con blande frequentazioni politiche (nei primi anni Ottanta aveva tentato di rimettere in piedi a Treviso il movimento dell'”Uomo Qualunque”), non ha mai tradito il suo personaggio. Ai leghisti della prima ora è sempre piaciuto per questo.

Prima dell’approdo in Senato, avvenuto nel 1999 a metà legislatura per sostituire l’amico Michele Amorena scomparso qualche mese prima, si era messo in luce per le posizioni dure e provocatorie nei confronti degli immigrati. Scatenarono un vero e proprio putiferio alcune sue frasi che collegarono gli immigrati al forno crematorio in via di costruzione nel cimitero cittadino. Erano gli anni del boom trevigiano, dell’economia florida e della Lega arrembante e quando c’era da marcare il territorio di fronte “all’invasione”, era ogni volta in prima fila.

Ultimamente ha incrociato spesso le armi con Gentilini, diventato da grande amico a grande avversario per una questione familiare. Nel 2000 Stiffoni se la prese con il figlio maggiore di Gentilini tentato da una candidatura tra le fila dell’odiata Liga di Comencini. Lo Sceriffo, incassò il colpo ma non la prese bene. Redarguì il figlio ma pretese le dimissioni del senatore dal consiglio comunale. Da allora non si sono mai parlati, solo punzecchiati. L’ultimo caso durante lo scorso inverno, quando il Senatore definì lo Sceriffo «un virus tossico».

E proprio Gentilini, all’indomani dello scandalo Belsito e con le prima intercettazioni in mano, aveva annusato l’aria bollando il rivale: «Stiffoni deve lasciare la Lega. Non lo voglio più vedere». Adesso è stato accontentato.

Martedì 01 Maggio 2012 – 08:58 Ultimo aggiornamento: Mercoledì 02 Maggio – 09:52

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