di Marco Corazza

VENEZIA – Centotrenta persone tra i 18 e i 35 anni sono state denunciate a Caorle ieri per aver partecipato ad un rave party non autorizzato. Giovani arrivati non solo dalla provincia di Venezia ma anche da gran parte del Nordest, tra cui le province di Treviso, Pordenone, Udine, Rovigo e Belluno.

Avevano scelto un casolare nelle campagne di Caorle, lungo strada Tezzon, ma i carabinieri della stazione diretta dal maresciallo Francesco Lambiase, con il suo vice Longo, erano a conoscenza di un possibile rave in zona. Quando ieri notte sono arrivati in zona hanno notato uno strano movimento tra le campagne della località, solitamente attraversata dai residenti e qualche altro che conosce la zona.

Ieri mattina pioggia di segnalazioni di quel via vai di auto. Quando i militari, giunti in forze dalla compagnia di Portogruaro e di San Donà di Piave e con l’ausilio della Polizia locale, sono arrivati nel casolare, verso le 10 di ieri mattina, i ragazzi stavano ancora ballando dalla sera precedente. Alcuni di loro, alla vista del personale in divisa, hanno cercato di allontanarsi, ma i militari sono riusciti ugualmente a fermarli. Bloccata immediatamente anche la festa illegale, a ritmo di musica elettronica e giochi di luce nel casolare dell’azienda agricola “Generali”. Un capanno usato solitamente per gli attrezzi, che era stato usato abusivamente dagli organizzatori. Tutti i 130 partecipanti sono stati raggruppati e quindi identificati, in una operazione che s’è protratta fino a metà pomeriggio. Per loro è scattata anche la denuncia per danneggiamento, invasione e occupazione di terreni e fabbricati. Per gli organizzatori, denunciati per gli stessi reati, anche le contestazioni amministrative, con tanto di segnalazione agli organi tributari, perché i carabinieri hanno appurato che all’evento i partecipanti avrebbero pagato “regolarmente” il biglietto.

Gli investigatori hanno trova di una grossa …

Si ha l’impressione di una polemica aspra: ci furono tentativi di dialogo

tra la cultura cristiana e pagana?

Direi che la lettura della Bibbia fu un campo di battaglia. Oggi viviamo

nell’epoca del cosiddetto ecumenismo, per cui ognuno ha le sue idee,

continua a professarle nel pieno rispetto di quelle altrui; ma questo

atteggiamento – intrinsecamente giusto, puo’ avere anche un suo risvolto

“patologico”. Il relativismo dottrinale a volte e’ alla base di certo

ecumenismo moderno, per cui si conclude “ignoramus et ignoratimus”, cioe’ alcune cose non le potremo mai sapere. Nell’antichita’ invece non c’era proprio questa mentalita’. In tema di religione, se avevo ragione io, tu eri nel torto, destinato all’inferno; o viceversa. Era una vera e propria battaglia.

Ma l’impero romano non era piuttosto tollerante verso le varie fedi? Perche’

il messaggio evangelico dava cosi’ fastidio ai pagani?

Ci sono vari motivi per cui il Vangelo difficilmente poteva essere tollerato

come lo furono le altre fedi. In primo luogo, mentre l’ebraismo era la

religione di un popolo etnicamente bene individuabile (che esercitava un

proselitismo piuttosto limitato), il cristianesimo si presentava quasi come

un’edizione riveduta e corretta dell’ebraismo, con in piu’ una massiccia

azione missionaria, per cui penetrava in tutti i ceti sociali. Come gli

ebrei, anche i cristiani avevano la convinzione di possedere la verita’ in

esclusiva. Non era cosi’ tra i pagani: il devoto di Giove poteva essere

devoto anche a Marte, e un iniziato ai misteri di Mitra poteva accettare

anche i misteri orfici. Al contrario, i cristiani non potevano accettare

alcun sincretismo. Questo esclusivismo rendeva i cristiani un po’

antipatici, anche perche’ tendevano a sottrarsi ai “numera”, cioe’ le

esigenze di tipo politico della civilta’ antica. Non abbiamo un’obiezione di

coscienza obbligatoria tra i cristiani, che erano lasciati liberi di fare o

di non fare …

Attualità

I recenti fallimenti di Popolare dell’Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti. Il crollo in Borsa di alcuni titoli bancari. Le accuse rivolte alle banche italiane di aver venduto in maniera disinvolta ai propri clienti prodotti finanziari a rischio. Uno scenario che sta generando preoccupazione anche tra i risparmiatori reggiani. La fiducia sembra ancora prevalere nei confronti degli istituti di credito locali o più radicati sul territorio, ma non mancano i detrattori dell’intero sistema creditizio. “Uno risparmia e poi perde tutto, non ci si può più fidare neanche delle banche”, ci dice un giovane padre di famiglia a passeggio in centro storico con moglie e figlioletta nel passeggino. “Non mi fido – aggiunge un pensionato – da alcuni anni ho tolto tutto dalla banca e l’ho messo in Posta. Quando ho investito i pochi soldi di mia madre in titoli che mi dicevano sicuri, ci ho rimesso molto, quasi la metà del capitale”.

Qualcuno, tra chi mostra una maggiore dimestichezza con conti e finanza, conferma di essere comunque preoccupato e di non riuscire a cogliere appieno ciò che sta accadendo: “Si tratta di speculazioni internazionali al di fuori della mia comprensione. I miei risparmi li ho diversificati evitando le speculazioni o le situazioni più a rischio”. Incontriamo altri che dicono di non avere da parte grandi risparmi: “Non ne ho – confessa un pensionato il cui accento tradisce un’origine meridionale – da quando sono venuto a Reggio fino ad ora ho comprato la casa. Niente azioni, niente titoli bancari, nessuna obbligazione”. Gli fa eco un ex commerciante con la moglie a braccetto: “Altro che azioni e obbligazioni, io ho investito su cose solide e sul futuro dei miei figli, facendoli studiare e laureare. Quale investimento migliore di questo?”.

Oggi, intanto, le Borse hanno tirato il fiato. …